Qualcosa su RGB e CMYK

Almeno una volta nella vita, chiunque si occupi di grafica digitale si è chiesto “E adesso lavoro in RGB o CMYK?”. Sigle che ai profani non dicono nulla, ma che rappresentano per molti una domanda a cui non sempre è facile rispondere. Cerchiamo di chiarirci un po’ le idee…

RGB o CMYK, questo è il dilemma

Non scomodiamo il povero William per argomenti così banali e cominciamo a dare qualche definizione per avere dei punti sicuri da cui partire.

RGB e CMYK sono i più comuni metodi colore usati nella grafica digitale, dove per “metodo colore” si intende semplicemente un modo per rappresentare un’immagine secondo colori primari, dalla cui fusione vengono generati tutti i colori. Esistono altri metodi, come la scala di grigio, il Lab, e così via. RGB e CMYK sono anche chiamati rispettivamente tricromia e quadricromia; in linea generale il primo è usato per l’elaborazione di immagini destinate agli schermi, monitor o TV, il secondo si usa per le immagini da stampare.

RGB e CMYK

RGB

È l’acronimo di Red, Green e Blue (rosso, verde e blu) ed è un metodo a sintesi additiva, vale a dire che tutti i colori sono generati dalla somma delle luminosità di questi tre colori primari. In Photoshop i colori primari sono associati ciascuno ad un canale, per cui nelle immagini in RGB avremo anche 3 canali che servono, appunto, a generare l’immagine finita. La luminosità di ogni canale si esprime con valori da 0 a 255, che corrispondono al minimo e massimo di intensità. Se ogni canale ha intensità 0 avremo come risultato il nero, viceversa con i canali a 255 avremo il bianco. Quando il valore delle tre componenti è uguale , il risultato è un grigio più o meno scuro, ma sempre neutro.

CMYK

È l’acronimo di Cyan, Magenta, Yellow e Black (ciano, magenta, giallo e nero) ed è un metodo a sintesi sottrattiva, ovvero gli altri colori si ottengono sottraendo luminosità dai 4 colori primari. Essendo un metodo di colore riservato esclusivamente alle immagini da stampare, in Photoshop i valori per singolo canale si esprimono in percentuale da 0 a 100; per comodità possiamo associare questi valori a quantità di inchiostro, perciò a 0 corrisponde “niente inchiostro” e quindi il bianco (della carta, nel caso specifico).

Il nero è indicato con K anziché B per non confondersi con il blu. La fusione di CMY al 100% genera un colore chiamato bistro, una tonalità di marrone, perciò si usa aggiungere una certa percentuale di K per creare il nero vero e proprio, oppure per aumentare il contrasto e ridurre difetti dovuti alle impurità degli altri inchiostri. Viceversa, il K al 100% non è mai percepito come nero assoluto, per cui vi si usa aggiungere gli altri tre colori secondo diverse percentuali, e in base alla predominanza di ciascuno è possibile anche ottenere neri caldi o freddi.

Dal punto di vista puramente tecnico le differenze tra i due metodi sono quelle che avete appena letto. Ora passiamo a qualche aspetto pratico, tentando, magari, di rispondere in modo chiaro ad alcune delle domande più frequenti.


Mi hanno detto che se devo stampare devo lavorare in CMYK; è giusto?

È giusto solo in parte. Si lavora in RGB dall’inizio alla fine e si manda in stampa un file in RGB quando la stampante è un dispositivo di tipo “casalingo” o generalmente digitale. In questa categoria rientrano le stampanti e i multifunzione che ognuno di noi ha, oppure i plotter e le stampanti a laser, anche quelle dei centri stampa. Mi immagino la vostra incredulità, in parte fondata perché sappiamo che le macchine elencate hanno cartucce o toner CMYK. Questo significa che in qualche punto del processo di stampa viene effettuata una conversione dei colori, ma non siamo noi ad occuparcene, bensì il software -il cosidetto driver- che gestisce il flusso di dati dal computer alla stampante. L’unico caso in cui è opportuno convertire i colori in CMYK è quando si stampa con macchine tradizionali da tipografia, o offset, ma per ragioni più o meno complicate è meglio che sia il tipografo stesso ad occuparsi di questa operazione.


Perché l’immagine stampata è così diversa da come la vedo sullo schermo?

In questo caso la risposta è una diretta conseguenza di quanto detto per la domanda precedente: la stampa converte i colori, è come se li traducesse in un altra lingua, quindi è inevitabile che qualcosa cambi o si perda durante questo processo.

RGB e CMYK sono metodi nati per finalità totalmente differenti e che mal si conciliano tra di loro. RGB si esprime in luminosità e lo schermo emette luce; CMYK è quantità di inchiostri su carta, quindi assorbimento di luce. Se in Photoshop proviamo a convertire una foto da RGB a CMYK, il risultato sarà un evidente impoverimento di saturazione e brillantezza dei colori.


Quindi è difficile avere una corrispondenza precisa dei colori. Allora come fanno i grafici delle riviste, oppure i fotografi, a controllare la stampa dei propri lavori?

La corrispondenza dei colori è impossibile, ma si può tentare di avvicinarsi al meglio al risultato finale usando varie regole e strumenti.

Le variabili in gioco sono illimitate: basti pensare a quanti tipi di monitor, stampanti, inchiostri, carte, stoffe, etc… esistono per farsene un’idea. Ogni combinazione di monitor, inchiostro, stampante e carta produrrà un risultato più o meno diverso. La soluzione consiste nel fare in modo che tutti questi passaggi siano controllati. Il monitor deve esse calibrato per mostrare i colori in modo neutro, senza dominanti; La stampante va profilata, ovvero va creato un profilo colore che contenga le istruzioni da dare ai software -come Photoshop- in modo che questi possa mostrare sullo schermo i colori come usciranno sulla carta. Il profilo colore va creato per ogni tipo di carta, stoffa, etc… proprio perché la resa sarà diversa in base al tipo di supporto su cui si stampa.


L’argomento è molto vasto e questo articolo si limita a esaminarlo solo a livello superficiale. Per qualsiasi domanda o approfondimento, potete scrivermi liberamente usando il modulo dei contatti, oppure registrarvi sul sito comodamente via Facebook e lasciare un commento.

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About the author

Antonio Starace

Antonio Starace, laurea in Lingue e Civiltà Orientali, Adobe Certified Instructor per Photoshop. Passione per grafica, musica e fotografia. Esperto in ritocco fotografico ed elaborazione digitale delle immagini.

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